Gli incontri che cambiano il nostro mondo interiore

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Ilaria ha effettuato uno stage presso il Centro Maria Letizia Verga e questa è la relazione finale relativa alla sua esperienza.

Se pensassimo alle nostre vite come strade che asfaltiamo mentre le percorriamo, ci ricorderemmo degli incontri, alcuni eccitanti, altri silenziosi, che ci fecero cambiare la nostra direzione, che aprirono nuovi percorsi e che ci hanno trasformato negli esseri umani che siamo oggi. Diverse volte ci soffermiamo a pensare chi saremmo se determinati fatti non fossero accaduti, o se avessimo preso decisioni differenti rispetto a tali avvenimenti. Gli incontri sono fatti di molteplici legami chimici, a volte costruiti sulla base di un primo sguardo, o di piccole situazioni quotidiane che cambiano direzione alla nostra vita. Pochi sono quelli che possiamo misurare o catalogare scientificamente. Solamente il contatto con la ricostruzione della nostra esperienza di vita e un dialogo interiore possono conferire loro l’importanza che meritano.

Ci sono differenti tipi di incontro che avvengono fra persone differenti e in situazioni differenti. Uno, in particolare, è quello che ho sperimentato nel Day Hospital di Oncoematologia Pediatrica. In questo ambiente, in modo insolito, ho potuto incontrare diversi bambini. C’è chi dice che ci sia qualcosa di psicologicamente gravoso nel scegliere un’esperienza simile, forse perché è difficile immaginare come si possa reagire e a quanto si possa essere emotivamente coinvolti. O forse perché è difficile immaginare che a un bambino possa essere diagnosticata una malattia come la leucemia. E, di conseguenza, è difficile scontrarsi con il dolore che una simile diagnosi comporta, sia per il bambino, sia per i genitori. Personalmente mi piace pensare che un bambino gravemente malato sia come un fiore: quando viene raccolto, viene messo nell’acqua. Qui svilupperà le radici e sopravviverà alla ferita inferta allo stelo, oppure deperirà sino ad appassire. Ma, indipendentemente dall’esito, ci avrà fatto dono della sua bellezza. Dobbiamo celebrare la sua vita e la gioia che ci offre, la felicità dei fragili momenti passati in sua compagnia. E comunque, quando si parla di incontri, tutto è possibile.

Ilaria e un bambino si incontrano. Lo scenario che li avvolge è colorato di bianco e azzurro. Ci sono luci che si accendono a intermittenza e apparecchi computerizzati, legati ad un’innumerevole quantità di fili, che dettano il ritmo del movimento delle persone che lavorano lì. Lo spazio offerto dal letto del bambino delimita l’incontro. Avvolto in lenzuola stirate e tra le sbarre di protezione, il bambino affronta una sfida: vivere. E lo fa al ritmo delle apparecchiature, alla velocità degli uomini e con il mistero della vita che vive nel suo piccolo corpo. Ilaria crede nella forza di tale unione. Crede che scherzare sia il modo migliore per fare un incontro e che questo non ha un tempo determinato per avvenire: tutto dipende dall’intensità degli sguardi e dal permesso per scherzare. E in realtà il gioco già è iniziato, e non è semplice stabilire chi fa lo scherzo e chi lo riceve. È una cosa talmente intensa che durante l’incontro scherzare equivale a vivere.

La scienza riesce a descrivere pochi misteri del nostro corpo. Le cifre delle apparecchiature forse non captano completamente il risultato di questi incontri, come non lo fanno le osservazioni dei medici e degli scienziati. Sono i sorrisi, che fanno parte degli ambienti ospedalieri, a renderci consapevoli del contributo che tali unioni apportano alla vita.

Sondrio, 03/06/2016
Ilaria Caspani